Anatocismo Bancario, Quando è Consentito?

Definizione di anatocismo

Il codice civile italiano non detta una definizione di anatocismo, ma si limita a sancire all’art. 1283 c.c. che gli interessi non scaduti possono produrre a loro volta ulteriori interessi, solo in determinati casi previsti dalla norma.

Una semplice definizione di anatocismo può essere data descrivendolo come la produzione di interessi da parte di interessi che sono stati capitalizzati, cioè che sono scaduti e aggiunti al capitale.

Gli interessi prodotti dalla capitalizzazione di interessi vengono definiti interessi anatocistici.

L’anatocismo comporta il rischio per il debitore di vedersi aumentare il debito originario in maniera esponenziale, proprio perché in caso di mutuo o di finanziamento bancario,  può vedersi costretto a pagare non solo il capitale prestatogli dall’istituto bancario e l’interesse sullo stesso calcolato, bensì anche gli interessi anatocistici.

Proprio per queste ragioni, il debitore di un’obbligazione nascente da un contratto stipulato con la banca e a cui sia stato applicato l’anatocismo, potrebbe vedersi soffocato dall’eccesivo aumento del debito.

D’altro canto le banche, applicando la pratica dell’anatocismo bancario si espongono, ove ricorrano determinate condizioni, al rischio di applicare un tasso usurario, con conseguente denuncia penale per il reato di usura e richiesta di risarcimento danni in sede civile.

Esempio di anatocismo

Per comprendere il concetto di anatocismo, ecco un esempio: si ottiene un prestito al 4%, su una somma di 100, senza restituirlo alle previste scadenze, se si applica l’anatocismo a decorrere dall’anno successivo gli interessi si calcolano non più su 100, cioè sul captale, bensì sulla somma tra capitale e interessi (per effetto della capitalizzazione degli interessi), quindi su 104. L’anno successivo ancora gli interessi si calcoleranno su 108,16 e così via, originando interessi a loro volta anatocistici.

Fino al 1999 anni le banche hanno applicato l’anatocismo in maniera del tutto sconsiderata, travalicando spesso i limiti imposti dal codice civile.

Nel settore bancario è stato fatto un largo ricorso all’anatocismo soprattutto con riferimento agli “scoperti” e la relativa concessione di fido su conto corrente.

Nei momenti di crisi di liquidità, ovvero nei casi in cui il correntista ha il “conto in rosso”, la banca concede allo stesso una linea di credito in conto corrente per fare bonifici, prelievi per cassa, emissione di assegni, ecc..

Tuttavia, applicando l’anatocismo, la banca addebitava gli interessi passivi sul conto ogni 3 mesi, andando così ad incrementare il capitale negativo e producendo ulteriori interessi passivi anatocistici da dover corrispondere all’istituto di credito.

L’art. 1283 del codice civile

In Italia, la disciplina dell’anatocismo trova fondamento nell’ art. 1283 del codice civile, il quale sancisce che, in mancanza di usi contrari, gli interessi scaduti possono produrre interessi solo dal giorno della domanda giudiziaria o per effetto di convenzione posteriore alla loro scadenza, e sempre che si tratti di interessi dovuti almeno per sei mesi.

Nel prosieguo del presente articolo vedremo come l’interpretazione e l’applicazione di questo articolo sono state a lungo fraintese dalle banche e dai giudici italiani, prima però andiamo ad individuare quali sono i limiti di liceità dell’anatocismo.

 

E’ legale l’anatocismo?

L’intento del legislatore è sempre stato quello di vietare o limitare fortemente l’anatocismo. Tant’è che come stabilisce l’art. 1283 c.c. gli interessi scaduti possono produrre altri interessi solo in 2 casi ristretti, vale a dire:

  • Dal girono della domanda giudiziale proposta dal creditore contro il debitore;
  • Per effetto di contratto stipulato successivamente alla scadenza degli interessi stessi.

Inoltre, si deve trattare di interessi dovuti da almeno 6 mesi.

 

Tuttavia, se da un lato la ratio legis è stata quella di evitare lo sviluppo di pratiche anatocistiche nei rapporti bancari e commerciali, dall’altro la giurisprudenza, dando un’interpretazione errata dell’art. 1283 del codice civile, ha consentito per anni il ricorso a tale pratica.

L’orientamento della giurisprudenza pro anatocismo è cambiato radicalmente con due storiche sentenze della Corte di Cassazione nel 1999, secondo cui l’anatocismo era un accordo illecito tra banca e cliente.

Tuttavia, per capire a fondo la questione, occorre partire dall’inizio:

Da come si è potuto capire l’articolo 1283 del codice civile, disciplinando l’istituto dell’anatocismo, prevede i casi in cui esso è ammissibile.

Nel testo dell’articolo però è presente una clausola che stabilisce “In mancanza di usi contrari […]”.

Si tratta di una vera e propria deroga alla disciplina dell’anatocismo, in virtù della quale, se esistono usi contrari, cioè diversi dalle disposizioni previste dal codice civile, la disciplina dell’anatocismo prevista dall’art. 1283 c.c. non si applica, in favore dell’applicazione della normativa prevista dagli usi.

 

Tuttavia, è lecito chiedersi cosa debba intendersi per usi.

 

Secondo le banche e anche secondo i giudici (almeno fino al 1999) l’espressione “usi” prevista dal legislatore doveva essere ricondotta agli usi bancari, cioè alle c.d. norme bancarie uniformi.

 

Da chi sono scritte le norme bancarie uniformi… dal legislatore? Niente affatto!

Proprio dalle banche, o meglio, dall’Associazione Bancaria italiana (ABI).

 

Le NUB o norme bancarie uniformi sono clausole “standard” dirette a regolare i rapporti tra utenti e banche in modo uniforme, e vengono riportate nelle “condizioni generali di contratto” quando si accende un rapporto bancario.

In pratica succedeva che le banche stabilivano unilateralmente le norme da applicare all’anatocismo, derogando e, quindi, disapplicando la normativa prevista dal codice civile, con grave pregiudizio della parte debole del rapporto, vale a dire il consumatore.

 

In forza dell’applicazione errata dell’art 1283 c.c., avallata peraltro dalla giurisprudenza dei giudici italiani, per anni le banche hanno applicato, pur non sussistendo le condizioni previste dal codice civile, la capitalizzazione con cadenza trimestrale (non semestrale!) degli interessi scaduti nei contratti bancari.

In particolare, l’art. 7 delle norme bancarie uniformi stabilisce che la capitalizzazione degli interessi passivi avviene ogni tre mesi, in quanto periodo in cui la banca chiude la contabilità del rapporto e calcola il nuovo saldo.

L’interpretazione corretta dell’art. 1283 c.c.

La pratica della capitalizzazione trimestrale degli interessi bancari è stata considerata per lungo tempo legittima dai giudici italiani.

Tuttavia, una svolta storica in favore degli utenti si ebbe nel 1999.

 

A decorrere dal 1999, infatti, la Suprema Corte di Cassazione ha ribaltato l’orientamento precedente, sancendo che gli «gli usi contrari, suscettibili di derogare al precetto di cui all’art. 1283 c.c., sono non i meri usi negoziali ex art. 1340 c.c. ma esclusivamente i veri e propri usi normativi di cui agli artt. 1 e 3 disp. Prel. c.c., consistenti nella ripetizione generale, uniforme, costante e pubblica di un determinato comportamento (non dipendente da un mero arbitrio soggettivo) ma giuridicamente obbligatorio, in quanto conforme a una norma che già esiste o che si ritiene debba far parte dell’ordinamento giuridico» (Cass., Sez. III, 30/03/1999, n. 3096 e 16/03/1999, n. 2374).

 

Che significa?

 

La Cassazione ha inteso stabilire che la deroga contemplata dall’art. 1283 del codice civile, che opera per effetto della disposizione “in mancanza usi contrari” ivi contenuta, non si riferisce agli “usi negoziali”, come le norme bancarie uniformi, bensì agli “usi normativi” (art. 1 e 8 delle preleggi ).

In particolare, si distingue tra:

  • usi “giuridici o normativi”, che sono una fonte sussidiaria del diritto (hanno forza di legge).
  • usi “negoziali”, che non sono una fonte del diritto, bensì pratiche commerciali non scritte adottate dai contraenti per disciplinare i loro rapporti in un dato luogo o settore.

S’intendono inserite nel contenuto del contratto, salvo che risulti che esse non sono state volute dalle parti (art. 1340 c.c.).

 

Per derogare all’art. 1283 c.c. è quindi necessaria la presenza di usi giuridici contrari e non negoziali, quali sono le norme bancarie uniformi.

Adottando questo nuovo orientamento, i giudici hanno limitato fortemente il ricorso dell’anatocismo bancario, vincolandolo alla sussistenza delle condizioni previste dall’art. 1283 c.c..

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